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AI CONFINI DEL CINEMA

di Nancy Malfa

 

Erano gli anni della libertà, quelli dei Beatles, di Elvis Presley e dei Rolling Stones.

Gli anni del primo uomo sulla luna, degli omidici di John Fitzgerald Kennedy, Che Guevara e Martin Luter King, quando il mondo in rivoluzione spingeva oltre i limiti.

Gli anni dove bastavano una decina di stipendi per estinguere la rata dell’auto nuova. Gli anni del boom economico, del primo trapianto di cuore, del “non si butta via nulla” e dell’arrivo prepotente delle minigonne pronte a sdoganare le forme femminili. I primi videogames, i prototipi di bancomat, le cassette e i videoregistratori.

Erano gli anni ‘60. Le idee trapelavano fuori da pentoloni enormi, incandescenti. Si passeggiava spensierati a bordo di furgoni fatiscenti in cerca dell’avventura, tra festival hippy e concerti rock con corone di fiori appese al collo. Le polaroid fermavano il tempo, mentre le poche Lire in tasca bastavano per qualunque cosa. Ci si stringeva attorno al fuoco e si aspettava con ansia l’inizio del Carosello sulla vecchia Mamma Rai, lontani da smatphone, pc, internet e tablet. Nessuna distrazione dal mondo che conta.

L’evoluzione investiva ogni genere di settore e il cinema cominciava ad insidiarsi nella vita comune. Le ultime pellicole in bianco e nero trovano sfogo nell’eccelso lavoro di Alfred Hitchcock, il suo Psyco terrorizza il mondo e continua a riproporsi nel tempo con remake, spin-off e sequel. Roman Polanski lo segue a ruota con gli inquietanti personaggi di Rosemary’s Baby.

Qualche anno dopo gli italiani tornano nelle sale, regalando incassi record a La dolce vita di Federico Fellini e successivamente entrano nell’intramontabile stile spaghetti western, grazie alla trilogia del dollaro di Sergio Leone della quale fanno parte i colossi: Il buono, il brutto, il cattivo, Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più. Perchè al cinema ci si andava solo quando film convinceva, quando ne valeva la pena. Altrimenti si faceva affidamento alla parrocchia del paese risparmiando le 15 lire.

Nel 1960 tra una manifestazione politica e l’altra, viene premiato Ben-Hur come miglior film.

Per gli anni a seguire è doveroso citare Lawrence d’Arabia, Il buio oltre la siepe, e il mitico Divorzio all’italiana di Marcello Mastroianni. My Fair Lady, Il laureato, Tutti insieme appassionatamente e poi ancora 2001: Odissea nello spazio che brillava già nel formamento di Hollywood, preannunciando il genio di Stanley Kubrick. Tutta roba da aggiungere alla lista di cose da vedere almeno una volta nella  vita.

E se i registi superavano i confini del vecchio cinema, le donne si facevano spazio tra la folla cavalcando le scene in continua evoluzione.

Colazione da Tiffany di Blake Edwards entrava nella storia con l’eleganza magistrale di Audrey Hepburn. La sua femminilità è rimasta impressa, esattamente come la bellezza iconica di Marilyn Monroe. Il suo caschetto biondo ha lasciato senza fiato intere generazione e continua a dettare mode, nonostante la sua morte sia arrivata al cinquantacinquesimo anniversario. E dopo un accenno oltreoceano, giochiamo in casa con la ciociara Sophia Loren e i suoi: due Oscar, cinque Golden Globe e un Leone d’oro. D’altronde erano i tempi in cui le signore chiedevano a più non posso libertà d’espressione.

Da sempre il cinema riflette la vita. Mette a fuoco immagini di mode, culture, stralci di quotidianeità che rimangono impresse nelle pellicole. Che siano digitali o elettroniche poco importa. Bloccare il tempo serve ad assaporare i ricordi, rievocando la magia del passato.

In fondo basta un dvd, un divano e un secchio di pop corn a fianco.

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